Aborto, Uno di Noi: ”Legge sbagliata. Amareggiati, ma combattiamo”


Dopo aver lottato come comitato referendario per la tutela del diritto di nascita dei nostri concittadini più innocenti ed indifesi, dopo aver prestato il proprio fattivo contributo alla politica tutta per una legge che, pur recependo appieno il quesito referendario, fosse la meno disumana possibile, attraverso l’elaborazione di emendamenti e comunicati stampa indirizzati anzitutto alla Commissione IV, dopo aver fatto appello al Consiglio Grande e Generale, chiamato a discutere in seconda lettura il progetto di legge, da ultimo, con la conferenza stampa del 29 agosto in cui sono state snocciolate le incongruenze, iniquità e forzature contenute nel testo licenziato dalla Commissione, testo che andava ben oltre l’oggetto referendario, l’Associazione Uno di Noi non può che constatare con profonda amarezza gli esiti della votazione consiliare del 31 agosto. La nostra è una associazione apolitica ed apartitica ma non possiamo non rilevare come (con buona pace dell’“intergruppo consiliare per la vita”, da noi auspicato, per ora senza successo), se si esclude l’apprezzabile (ma sempre più flebile) baluardo rappresentato da una minoranza dei Consiglieri del PDCS, l’unico gruppo consiliare ad aver espresso i 7 voti contrari all’approvazione della legge (a fronte però di 9 astenuti e 4 assenti), tutti i restanti Consiglieri presenti alla votazione e facenti parte degli altri gruppi consiliari (tranne per una astensione) hanno approvato la legge, nonostante la permanenza nel testo normativo della gran parte delle incongruenze, iniquità e forzature di cui sopra.

Ci riferiamo ad esempio alla assoluta ed incondizionata negazione della figura del padre del nascituro (ridotto deresponsabilmente al ruolo di “fuco”), nemmeno da informare rispetto alla scelta unilaterale della donna, alle gravi violazioni del diritto di famiglia nei casi di gestanti minorenni (il giudice tutelare ascolta la minore ma non anche i suoi genitori), alla discriminazione lavorativa degli obiettori di coscienza, verso cui sono chiuse le porte del consultorio, come se non potessero essere comunque di aiuto alle madri in crisi (e pur avendo il consultorio funzioni ben più ampie della sola induzione all’IVG, inclusa la consulenza andrologica) e, dulcis in fundo, al sequestro statalista dell’educazione alla sessualità dei ragazzi, indottrinati all’ideologia del gender e ad una genitalità “ludica”, spacciandoli, l’uno come unico antidoto culturale alla (più che giusta) lotta all’omofobia, e l’altro come unico strumento di una (più che giusta) prevenzione all’IVG, senza tuttavia alcun patto di corresponsabilità educativa, su tali temi sensibili, con la famiglia di appartenenza, elemento per noi imprescindibile, peraltro previsto dall’art. 2 del Protocollo Addizionale alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che sancisce: “Lo Stato nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento in modo conforme alle loro convinzioni religiose e filosofiche”. Qualcuno potrebbe sostenere che, di fronte al 77% di SI all’aborto ottenuto dal referendum, i Consiglieri non potevano che votare a favore di questa legge, ma così non è. In primis perché non c’è vincolo di mandato, i Consiglieri non sono dei procuratori, sono invece chiamati a votare i provvedimenti in scienza e coscienza. 

Ma anche volendo riconoscere l’esistenza di tale vincolo, sul piano politico quando non istituzionale, vanno comunque considerati due elementi fondamentali: 

1) su oltre 35 mila aventi diritto al voto, solo 11 mila (meno di uno su tre) hanno espresso il loro SI al quesito referendario, i restanti 24 mila o hanno espresso il loro NO o comunque, non prendendo parte al referendum propositivo, hanno dimostrato di non sentire come propria la battaglia referendaria per modificare lo status quo; 

2) la gran parte del testo di legge approvato in seconda lettura non trova rispondenza nel quesito referendario, per cui è interamente di fonte consiliare, non popolare, così come esclusivamente dei Consiglieri che l’hanno approvata è la responsabilità politica di quelle scelte. Questa amara “débâcle” consiliare ci spinge però – se possibile ancor di più e a maggior ragione – a proseguire nella nostra battaglia, civile e culturale, per fare realmente dell’aborto quell’extrema ratio di cui si è parlato tanto (a livello sanitario, etico e sociale, come si può preferire che la donna scelga l’IVG anziché la nascita del bambino o anche solo mettere idealmente le due opzioni sullo stesso piano?). In questo lacerante dilemma, che si vorrebbe strumentalmente ridurre a 2 opzioni (aborto contro maternità indesiderata), se ne aggiunge infatti certamente una terza, che è quella del parto in anonimato che consente la sopravvivenza del bimbo, affidato alle cure di genitori adottivi dalla sua nascita, evitando dunque alla donna di dover essere madre di quel figlio indesiderato e garantendole di non essere mai riconosciuta o riconoscibile come tale.

Nelle nostre proposte di emendamento, quale parte integrante del c.d. “consenso informato e consapevole”, noi avevamo richiamato questo istituto giuridico (in Italia regolato dal DPR 396/2000, art. 30, comma 2) ma dal dibattito politico è stato completamente rimosso (forse che il delirio ideologico sia arrivato ad offuscare la ragione al punto da non vedere questa come una ulteriore possibilità di libera scelta data alla donna in difficoltà?). Noi ora ci batteremo affinché anche San Marino si doti di una adeguata normazione di questo istituto e continueremo il nostro impegno a livello culturale e di stimolo al legislatore affinché prevalgano sempre le scelte in favore della vita anziché della morte. Insomma la nostra opera continua, certi che le nostre concittadine e i nostri concittadini sapranno essere di maggior buon senso e di più vivida coscienza di quanto non abbiano dimostrato, in questa triste pagina di storia sammarinese, i membri del Consiglio Grande e Generale.

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