Aborto, Don Mangiarotti: ”Lugubre messaggio di morte”

«Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata…
Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita.
Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l’autorità di distruggere la vita non nata…»

Cari amici di San Marino, l’ora indicata da s. Giovanni Paolo II è arrivata anche per noi. Certo non sono bastate le parole del santo Papa né di Francesco, come quelle che vi scrissi nel 2016, né quelle del nostro Vescovo.

Come un treno in una folle corsa la nostra Repubblica, forte del risultato referendario del settembre 2021, non si è fermata di fronte a nulla, voltando la faccia davanti alla vita di quei bimbi che non vedranno la luce in nome del concitato diritto della madre di gestire il «proprio corpo».

Le grida di gioia sentite alla radio dopo la proclamazione dell’esito della votazione e l’invito a «festeggiare» risuonano come un lugubre messaggio di morte, quel grido di cui parla la sacra Scrittura: «Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più» (Ger 31,15)

Questo testo, ricorda papa Francesco, «ci mette di fronte alla tragedia dell’uccisione di esseri umani indifesi, all’orrore del potere che disprezza e sopprime la vita.»

Avremo modo di riflettere approfonditamente su quanto accaduto. Quello che è certo è che questa sconfitta della vita indifesa lascerà un segno nella nostra vita comune e anche nelle generazioni dei giovani. E non solo per le conseguenze numeriche, al punto che la stessa nostra realtà statuale potrebbe scomparire, visto il trend negativo delle nascite, ma soprattutto per la cultura che ne nascerà, frutto di quel sentire comune che non ha esitato a cancellare la nozione di vita umana dal concepimento, a negare il diritto al lavoro a chi professa la difesa della vita (per cui per potere lavorare nel consultorio a favore delle persone che chiedono sostegno per affrontare una maternità difficile bisogna essere per forza a favore dell’aborto – mai si era sentito un pensiero così trucemente ideologico, in bocca a chi ha sempre accusato di «ideologismo» chi difendeva la vita).

Una cultura in qualche modo della finzione per cui se si chiede l’obbligatorietà del ricorso al consultorio (rigorosamente contro la vita ritenuta umana dal concepimento) si può pure utilizzare «telematicamente» (cioè in maniera impersonale, burocratica e, forse, persino fasulla) in nome di una privacy che sembra essere il Deus ex machina da coloro che, in fase di propaganda pro Referendum ci hanno proposto le “testimonianze” di chi era fiera degli aborti voluti. E del resto quale vergogna per un diritto conquistato nel tripudio dei proponenti?

Ci sono di monito le parole di s. Paolo VI pronunciate il giorno dopo l’approvazione della legge sull’aborto in Italia, quella legge che avrebbe fatto da modello a tante proposizioni del testo sammarinese: ha scritto il beato Paolo VI il giorno dopo l’approvazione della legge sull’aborto in Italia: «Noi non possiamo esimerci dal dovere di ricordare la riserva negativa a questa legge in favore dell’aborto, la quale è da ieri [6 giugno 1978], come dicevamo, diventata operante anche in Italia, con grave offesa alla legge di Dio su tale tema estremamente importante della difesa dovuta alla vita innocente del bambino fino dal seno materno. Noi ora ci limitiamo a ricordare quanto la Chiesa, interprete della legge naturale su questo punto, e della legge divina come da sempre (Cfr. Ep. ad Diognetum, 8, 6), abbia autorevolmente affermato che «la vita innocente, in qualsiasi condizione si trovi, è sottratta dal primo istante della sua esistenza, a qualunque diretto attacco volontario. È questo un fondamentale diritto della persona umana…», come si esprimeva il nostro venerato predecessore Pio XII (PIO XII, Discorsi e Radiomessaggi, XIII, p. 415)… La vera pietà per le difficoltà e le angustie della vita umana non consiste nel sopprimere chi è frutto o del fallo o del dolore umano, ma nel sollevare, consolare, beneficare la sofferenza, la miseria, la vergogna della debolezza, o della passione umana: ucciderlo non mai! Questo noi dovremo riflettere davanti al triste e ignobile ricorso all’aborto legalizzato. Ricordare ai giovani, a tutti, i pericoli e i disastri della passione che sostituisce l’amore; l’intangibile dignità della vita umana, anche nei suoi più segreti ed umili gradini; promuovere ogni possibile e degna assistenza alla maternità bisognosa».

Si apre lo spazio per tutti di una seria riflessione sulle cause di questa sconfitta per la vita innocente, sul significato dei cosiddetti diritti civili, ma soprattutto per un impegno fattivo perché la «cultura della vita» ritorni ad essere faro della nostra «Antica terra della libertà».

Al lavoro, con tutti coloro – e non credo che siano pochi – che non si lasciano abbattere dai risultati negativi, perché hanno un cuore «grande per amare».

Gabriele Mangiarotti

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